Il giornalista non può essere neutrale. Deve parteggiare per i deboli e sporcarsi le mani

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spotlight1Il giornalista non può essere neutrale. Ridursi a «cronisti» di professione e mostrare indifferenza per l’onestà ricorda per vie traverse l’avvocato di oggi, colui che esibisce in Tribunale un logos elegante con il preciso intento di crear confusione e inseguire la clausola che dia «ragione» a chi ha torto.

L’avvocato postmoderno, lontanissimo parente di quell’Atticus Finch in Il buio oltre la siepe, è un uomo di studio che all’Università impartisce lezioni di diritto, alimenta la dottrina ma si rivela neutrale rispetto alla verità. In questa direzione serpeggia la mafiosità tra i rami della giustizia, il potente può salvarsi e così la carta che contiene i nostri valori viene stracciata da figure competenti che leggono i codici con un occhio di riguardo al denaro. 

L’autentico giornalista è un interprete scomodo che deve innervosire con intelligenza e alto spirito critico i titolari dell’inganno, i mafiosi e i tiranni.

Deve parteggiare per quei deboli continuamente zittiti dalle logiche della corruzione, dal furbo di turno.

Se il quarto potere volta le spalle al grido di aiuto e cammina a braccetto con i vertici del sistema, magari dietro lauto compenso, smette di esercitare con rettitudine la sua professione e, al pari del nostro avvocato, insulta il sentimento repubblicano. Il giornalista deve sporcarsi le mani, interloquire con i volti della sofferenza e parlarne con giudizio. 

Cosa significa, allora, l’impossibilità per il giornalista, per il mediatore, di rimanere asettici, neutrali, insipidi e tiepidi? Significa snidare la parola spettacolare per scavare nel vuoto che tenta di celare, nelle strategie che sfrutta, per far emergere il non detto e renderlo trasparente agli interlocutori.

Significa soprattutto scuotere la possanza granitica con cui ogni partecipante mira a presentarsi nel dibattito pubblico: impedire che la visione particolare si erga in modo irriflesso a universale, costringerla a riconoscersi modesto contributo alla costruzione di un orizzonte di convivenza e non programma definitivo da estendere universalmente.


Grazie a Carlo Crosato e Francesco Postorino per il loro articolo su Micromega intitolato “Le manovre del Quarto potere” che ho brutalmente tagliato nelle parti a mio parere più utili. Leggetelo tutto, merita.

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