1971

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1971L’otto marzo del 1971 – la notte del mitico incontro di boxe in cui Joe Frazier sconfisse Muhammad Alì e quaranta anni prima che apparissero sulla scena Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning – una “Commissione di cittadini che indaga sull’Fbi”, come si autodefinirono, entra nell’ufficio dell’Agenzia governativa a Media, in Pennsylvania, e ruba tutti i dossier prodotti sugli attivisti che in quegli anni contrastavano la guerra in Vietnam e lottavano per i diritti civili delle minoranze negli Usa con organizzazioni come le Pantere Nere, il Movimento di Martin Luther King Jr., la Southern Christian Leadership Conference.

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Nasce l’Osservatorio popolare sull’acqua e i beni comuni

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La mercificazione e privatizzazione delle nostre vite è un fatto certo. Solo chi si nutre di informazioni del mainstream può non esserne consapevole e si convince che viviamo – seppur nella crisi – nel migliore dei mondi possibili dove è necessario sostenere il dominante di turno solo perché “non ci sono alternative” e quindi va bene il partito o il politico “meno peggio”, capace di illudere un popolo ormai privo di strumenti culturali per una più o meno breve stagione politica. A contrastare questa tendenza da ormai una ventina di anni ci sono movimenti, gruppi, comunità che analizzano un sistema liberista che affianca alla ricerca del profitto a tutti i costi l’erosione dei diritti della persona e della democrazia. Nasce in questo contesto, in particolare dall’esperienza decennale del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, l’Osservatorio popolare sull’acqua e i beni comuni. Continua a leggere

Quanti ettari occupa un profugo?

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infografica-stampa-profughiQuanti ettari occupa un profugo? Tantissimi, circa 3.200 secondo La Stampa che oggi pubblica un’infografica semplicemente non degna di un giornale con la sua storia.

Nell’immagine che ripubblico qui accanto bastano infatti 700 richiedenti asilo a saturare regioni come la Toscana, il Piemonte, la Lombardia, la Campania, il Veneto e l’Emilia Romagna. Per riempire la Liguria ne bastano invece solo 200.

Un’infografica che ha il grande difetto di consolidare quell’immaginario malato che alberga in tutti quegli italiani, tanti, troppi, che pensano di essere invasi da milioni di zingari, terroristi, musi gialli. Grazie davvero alla redazione de La Stampa per il contributo offerto al progresso.

10.000 profughi su 59.830.000 italiani. Riusciremo mai a sopravvivere?

 

 

Expo: 50 milioni per addomesticare il giornalismo italiano

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stampaGianni Barbacetto, Marco Maroni e Giorgio Meletti alzano il velo su uno degli scandali più nascosti della recente storia del giornalismo italiano. Lo fanno sulle pagine del Fatto Quotidiano dove ci raccontano, testata per testata, euro per euro, come viene trattata dalla stampa nostrana la grande abbuffata per corrotti e corruttori di ogni risma che prende il nome di Expo: un’apologia, vergognosa. Ecco la loro inchiesta.

Guai a scrivere male di Expo: 50 milioni e addio critiche.

Tanto ha speso la società: 2,3 milioni agli editori per pagine e inserti che lodano l’evento. Scomparsi dai quotidiani ritardi nei lavori e scandali. Di Gianni Barbacetto e Marco Maroni

Solo nella giornata di ieri, il Corriere della sera ha dedicato a Expo un allegato di 44 pagine (“Orizzonti Expo”), oltre alle pagine 30 e 31 del quotidiano (“Il futuro immaginato”, sotto la testatina “Eventi Expo”). In più, il quotidiano di via Solferino promette Continua a leggere

Il merito di Andreas Lubitz

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andreas-lubitzAndreas Lubitz ha un solo merito. Aver reso chiaro finalmente che le legislazioni antiterrorismo post 11 settembre sono dannose per tutti noi. È stato infatti impossibile accedere – addirittura per il pilota titolare del volo – alla cabina dell’aereo della Germanwings con cui ha ucciso 150 persone.

Andreas Lubitz è un tedesco, figlio della cultura occidentale, quella con le radici cristiane. Ed è un gran bene che l’informazione in queste ore si interroghi sulla tragedia a prescindere da questo. Perché se si fosse chiamato Mohamed Hammou, Meziane, Madani, Makhlouf o come vi pare sarebbe già partita la speculazione sulla pericolosità dei mussulmani, il terrorismo, la guerra… e forse Renzi, Mogherini, Pinotti sarebbero già sulla pista di rullaggio per bombardare la Libia, lo Yemen o qualsiasi posto utile alla produzione italiota di armi o all’egemonia delle multinazionali, anche qui con le italiane in prima fila.

Andreas Lubitz è un assassino. Ha ucciso 150 tra bambini, donne e uomini.

Interroghiamoci piuttosto sull’abisso in cui chiunque tra noi può precipitare, senza usare questa tragedia per altri fini. Anzi imparando da essa che la “politica della paura” giova solo a chi detiene il potere, non all’umanità a cui tutti noi apparteniamo.

Le nostre guerre africane. La mappa dei conflitti e dei traffici

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conflitti-africa-2015Sette delle attuali sanguinose e devastanti guerre in corso vedono come protagonista l’Africa, dove la disintegrazione della Libia permette il rifornimento di armi ai gruppi jihadisti del sedicente Stato Islamico. In questa mappa dei conflitti e dei traffici pubblicata da Le Monde Diplòmatique un’occasione per capire meglio ciò che è difficile comprendere guardando solo i tg italiani o leggendo giornali con troppa pubblicità di Finmeccanica sulle loro pagine. Gli approfondimenti sul tema su Le Monde Diplòmatique in edicola.

73° su 180 Paesi: crolla in Italia la libertà di stampa

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Le mafie italiane equiparate all’Isis. Così l’Italia perde 24 posizioni nella classifica internazionale sulla libertà di stampa prodotta da Reporter senza frontiere e crolla al 73° posto su 180 Paesi. Colpa della violenza fisica, considerati i 43 casi di aggressione e i 7 attacchi incendiari alle abitazioni o alle auto dei giornalisti, ma anche delle cause per diffamazione ingiustificata intentate soprattutto dai politici a scopo intimidatorio: da 84 nel 2013 a 129 nei primi 10 mesi del 2014.

Perché il conflitto è necessario contro i poteri irresponsabili

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stopttip“Il conflitto di per sé non significa necessariamente guerra, bensì espressione di idee e bisogni produttivamente in contrasto. Se regolato e non violento, è una risorsa fondamentale per innovare e liberare energie, per lottare contro le molteplici forme di ingiustizia che la globalizzazione produce, per evitare deleghe in bianco a poteri opachi e irresponsabili, per alimentare una consapevolezza critica rispetto alla bolla ideologica che caratterizza quest’epoca presuntamente post-ideologica. Il conflitto fa uscire dalla passività. E può aprire a una vera solidarietà, praticata tanto dal basso, nelle relazioni tra i privati e i gruppi, quanto nella forma di politiche pubbliche efficienti”.

Da leggere, questo bel testo di Stefano Rodotà preparato per il Festival del Diritto del 2012. La versione integrale qui.

Da Atene può ripartire un’alternativa al neoliberismo

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Greek-exit-pollsAprite il portafoglio e togliete metà del denaro che trovate, ridimensionate anche il vostro conto in banca, e immaginate che il vostro stipendio, se ancora avete un lavoro, sia ridotto di un terzo. Con quanto vi resta dovete pagare l’affitto o il mutuo, le bollette di acqua, luce, gas, telefono e se vi ammalate le visite, gli esami e i farmaci. Visto che continuerete a nutrirvi dovete anche acquistare il cibo necessario a prezzi che, come per tutto il resto, sono esattamente nella media dell’area Euro. Benvenuti in Grecia.

Questa devastante situazione economica ha due responsabili: i partiti di centrosinistra e centrodestra (tangentari, spreconi, figli del pensiero unico liberista) e la Troika formata da Commissione e Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. I primi hanno rovinato per anni l’economia del Paese con una gestione all’italiana (sprechi, grandi opere, tangenti, evasione fiscale); i secondi, con l’obiettivo di rimettere in ordine i conti, hanno spremuto le risorse restanti con le famigerate politiche di austerità: tagli alla spesa pubblica, aumento delle tasse, crollo dei salari.

E’ questo il contesto in cui i greci sono andati a votare domenica scorsa. Ed è evidente che chi ha ragionato con la propria testa abbia evitato partiti compromessi come Nuova Democrazia o Pasok e anche le novità dell’ultim’ora come Fiume, molto morbido con l’austerity imposta dalla Germania ai partner europei. Rimanevano da scegliere quelle forze politiche da sempre in favore di una politica economica sovrana a vantaggio del popolo greco e non della finanza internazionale sponsorizzata da Berlino e Bruxelles.

Così si spiega la vittoria di Syriza, forza politica di sinistra che ha fatto della sovranità popolare un mantra e che allo stesso tempo non si ferma alle chiacchiere. Da anni il partito di Tsipras sostiene esperienze mutualistiche in tutto il Paese. Se ti ammali e non sei assicurato puoi curarti negli ambulatori della rete solidale che vanno avanti grazie a medici e infermieri volontari e con le donazioni di chi ha qualcosa da dare.

Il programma di Syriza punta all’equità sociale su molti temi, a partire dalla richiesta di un audit sul debito pubblico che permetta una riduzione dei capitoli che non portano vantaggi all’economia greca: paghereste voi la ristrutturazione, ad esempio, della casa del vostro vicino?

Non solo. Ecco altri sintetici stralci: far pagare tasse ad aliquote eque, e quindi alte, a chi percepisce redditi multimilionari, a partire dalle grandi imprese; introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie e una per i beni di lusso; proibire i derivati finanziari speculativi; abolire i privilegi fiscali della Chiesa. Non è un caso che Tsipras abbia scelto di giurare da Primo ministro per la prima volta nella storia solo con rito civile e non religioso.

Nel programma è previsto anche il taglio della spesa militare; un salario sociale minimo garantito; il riuso degli edifici pubblici a favore dei senza casa e per aprire mense pubbliche; una sanità pubblica per tutti (adesso in mano alle assicurazioni straniere); sgravi fiscali per i beni di prima necessità; riforma del lavoro che privilegi il tempo indeterminato e non la flessibilità e che rimetta al centro i contratti collettivi.

Non bisogna essere delle cime per comprendere quanto sia capzioso e ridicolo ogni eventuale paragone alla sedicente azione riformatrice voluta da Renzi con il sostegno dei vari Bersani, Orfini, Civati, Cuperlo, Verdini, Berlusconi, Alfano. Ed è anche per questo che Tsipras si è guardato bene dal concedere qualsiasi potenziale spazio di alleanza ai partiti della Grande alleanza pro austerità che ha affamato la Grecia e che sono così simili al Pd, Forza Italia, Nuovo Centro Destra.

L’alleanza tra Syriza (149 parlamentari) e il partito di destra Anel (13) è basata quindi sulla ricostruzione di una sovranità popolare in grado di fermare le politiche europee che hanno impoverito e massacrato le famiglie greche. Certo, la situazione può diventare problematica, se ad esempio Anel dovesse chiede una contropartita ad esempio sul contrasto all’immigrazione o sui diritti civili. Questo si vedrà.

La speranza è che dalla Grecia possano nascere e sperimentarsi forme nuove di governo del bene comune in grado di battere quel pensiero unico liberista che tanti danni ha fatto e sta facendo in tutto il mondo. Tsipras sembra avere la stoffa di chi non si vende per un piatto di lenticchie, al contrario di ciò che insegna la recente storia italiana. Ha una grande responsabilità e l’auspicio è che possa mantenere le sue promesse. Se fallirà potremo dire addio alla Grecia e si svuoterà, ancor di più, anche il nostro portafogli.

*pubblicato su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze

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No diffamazione. La nuova legge è sbagliata.

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nodiffamazioneDoveva essere una riforma della legge sulla stampa che eliminando la pena del carcere per i giornalisti, liberava l’informazione dal rischio di sanzioni sproporzionate, a tutela dei diritti fondamentali di cronaca e di critica: il testo licenziato al Senato rischia di ottenere l’effetto opposto, rivelandosi come un maldestro tentativo di limitare la libertà di espressione anche sul web.

>>> Firma qui la petizione 

La legge sulla diffamazione che potrebbe presto essere approvata, prevede in particolare:

1) sanzioni pecuniarie fino a 50 mila euro che appaiono da un lato inefficaci per i grandi gruppi editoriali e dall’altro potenzialmente devastanti per l’informazione indipendente, in particolare per le piccole testate online. Inoltre viene pericolosamente ampliata la responsabilità del direttore per omesso controllo, ormai improponibile in via di principio e sicuramente devastante per le testate digitali caratterizzate da un continuo aggiornamento;

2) un diritto di rettifica immediata e integrale al testo ritenuto lesivo della dignità dall’interessato, senza possibilità di replica o commento né del giornalista né del direttore responsabile, e che invece di una “rettifica”, si configura come un diritto assoluto di replica, assistito da sanzioni pecuniarie in caso di inottemperanza, che prescinde, nei presupposti della richiesta, dalla falsità della notizia o dal carattere diffamatorio dell’informazione;

3) l’introduzione di una sorta di generico diritto all’oblio che consentirebbe indiscriminate richieste di rimozione di informazioni e notizie dal web se ritenute diffamatorie o contenenti dati personali ipoteticamente trattati in violazione di disposizioni di legge. Previsione questa che non appare limitata alle sole testate giornalistiche registrate ma applicabile a qualsiasi fonte informativa, sia essa un sito generico, un blog, un aggregatore di notizie o un motore di ricerca, e che fa riferimento al trattamento illecito dei dati che è concetto dai confini incerti in particolare nell’ambito del diritto di cronaca e critica e che non ha alcuna attinenza col tema della diffamazione.

Più specificamente, la previsione di un assoluto diritto all’oblio, esercitato senza contraddittorio, è destinato a produrre un infinito contenzioso tutte le volte che, di fronte a richieste ingiustificate, il direttore legittimamente decida di non accoglierle. Ma la nuova norma può anche indurre ad accettare la richiesta solo per sottrarsi proprio ad un contenzioso costoso o ingestibile e, soprattutto, può portare alla decisione di non rendere pubbliche notizie per le quali è probabile la richiesta di cancellazione, con un gravissimo effetto di “spontanea” censura preventiva. I rischi non solo per la libertà d’informazione, ma per la stessa democrazia, sono evidenti

Una legge che modifica la normativa sulla stampa al tempo del web deve avere come primo obiettivo la tutela della libertà di espressione e di informazione su ogni medium: e questo non si ottiene prevedendo nuove responsabilità e strumenti di controllo e rimozione, ma estendendo ai nuovi media le garanzie fondamentali previste dalla Costituzione per la stampa tipografica.

La legge sulla diffamazione proposta ha invece il sapore di un inaccettabile “mettetevi in riga”, sotto la minaccia di facili sanzioni, rettifiche e rimozioni, per quei giornalisti coraggiosi, blogger e freelance che difendono il diritto dei cittadini ad essere informati per fare scelte libere e consapevoli.

La mancanza di norme che sanzionino richieste e azioni giudiziarie temerarie o infondate non fa che aggravare un quadro di potenziale pressione sull’informazione che la sola eliminazione del carcere come sanzione non è sufficiente a scongiurare e che anzi con la nuova legge si aggrava.

La nuova legge sulla diffamazione è pericolosa per le molte violazioni in essa previste del diritto costituzionale d’informare e di essere informati.

Per questo invitiamo tutti i cittadini ad aderire a questo appello, e chiediamo ai parlamentari di non approvare la legge.

Ne va della libertà di tutti.

http://nodiffamazione.it #nodiffamazione #meglioilcarcere #ddldiffamazione

Marcia repubblicana con fake

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ipocrisia-marcia-parigiC’è un’immagine della “Marcia repubblicana”, l’imponente manifestazione di Parigi in ricordo della strage avvenuta nella redazione di Charlie Hebdo, che i media di tutto il mondo hanno censurato. La vedete qui accanto e racconta della grande ipocrisia che ha visto protagonisti i Capi di Stato e le maggiori personalità politiche arrivate a Parigi per sfilare a fianco di François Hollande.

Stampa, tv e siti internet mainstream ci hanno raccontato che i dominanti erano scesi in piazza accanto al Popolo francese. In realtà non è andata proprio così. Il loro corteo era nettamente separato da quello popolare e colorato animato da due milioni di persone che hanno messo in gioco la loro vita in nome della libertà di espressione.

La sicurezza direte. E allora perché abbiamo dovuto assistere alla scena del presidente francese che si leva il cappotto per far vedere, a favor di telecamere ma non della realtà, che era senza giubbotto antiproiettile? Con molta più dignità il primo ministro Valls si è sfilato da questa messa in scena, avallata da una stampa che ha violato il diritto/dovere di cronaca a cui è tenuta, per andare in mezzo alla gente e con loro manifestare l’indignazione per le vittime della strage.

Il popolo europeo è un popolo adulto. Capace di ragionare con la propria testa e valutare la realtà con gli strumenti che ha a disposizione. Che a taroccarli sia chi li governa, con la complicità dei media, è davvero scandaloso.

 

“Immappancy”, ovvero dell’ignoranza geografica diffusa

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true-size-of-africaDisegnare una mappa priva di distorsioni è impossibile. Detto questo la percezione che ognuno di noi ha della relazione dimensionale tra i cinque continenti, per non parlare dei singoli paesi, è figlia di un’ignoranza così ben radicata che qualcuno nel mondo anglofono ha iniziato a definire come “immappancy”, un termine che in italiano può essere tradotto come “insufficiente conoscenza geografica”.

E per capire meglio il nostro livello di ignoranza, pochi davvero ne sono immuni, vi consiglio di dare un’occhiata alla mappa “La reale dimensione dell’Africa” disegnata dal programmatore tedesco esperto di rilevazioni geografiche Krai Krause, che in un solo colpo d’occhio ci permette di capire come, ad esempio, il continente africano potrebbe contenere contemporaneamente Stati Uniti, Cina, India, Giappone e l’Europa tutta.

Nella stessa mappa scopriamo anche che l’Italia, con i suoi 301.336 km quadri è il 71° paese al mondo per dimensione, grande all’incirca come le Filippine o l’Oman.

Terrore non batte terrore

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charliehebdoUccidere in nome di Dio togliendo la vita a chi fa della libertà di espressione la cifra della propria vita e della propria professione. È accaduto oggi a Parigi, con la tragedia che passerà alla storia come la “Strage di Charlie Hebdo“.

Alcuni uomini armati di kalashnikov hanno sterminato la redazione del giornale satirico francese già tante volte preso di mira per la pubblicazione di caricature del profeta Maometto. Nel 2011 la redazione del giornale fu addirittura distrutta da un incendio doloso.

Stéphane Charbonnier, uno dei giornalisti-disegnatori uccisi, aveva solo pochi giorni fa pubblicato una vignetta premonitrice (qui sopra) in cui scriveva “Ancora nessun attentato in Francia”, e il terrorista rispondeva “Non c’è fretta, abbiamo ancora tutto gennaio a disposizione”.

È tremenda questa notizia. Perché nasce da un squilibrio geopolitico internazionale fondato sullo sfruttamento dei popoli e delle loro risorse. Un’epoca fondata sull’azione suprema e omicida della Guerra e della reazione altrettanto micidiale di eserciti che si reggono sull’identificazione con Dio.

Bombardamenti indiscriminati e droni si contrappongono ai novecenteschi kalashnikov e viceversa. A perdere, come sempre accade, sono gli innocenti e la loro libertà, e la lezione di Parigi, che ancora una volta resterà inascoltata, è che terrore non batte terrore.

Fare giornalismo con i social media, il futuro che l’Italia snobba

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reportlyReported.ly è un progetto di social journalism realizzato da cinque persone in giro per il mondo. Cristina Raffa di Pagina99 ha incontrato il fondatore, il giornalista americano Andy Carvin, e Marina Petrillo che racconta come in Italia un progetto del genere non sarebbe considerato giornalismo perché la testata non è registrata in Tribunale e i giornalisti non sono iscritti all’Ordine. Un articolo da leggere. Qui.

 

Una terra stronza. Ma da raccontare. Il Mugello secondo Simona Baldanzi

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Serata Baldanzi-Mugello

«Ero stanca del Mugello, di questa terra-cantiere che si trasforma per rimanere sempre come è. Una terra di transito, stronza, senza carattere. Non ne potevo più di difendere qualcosa senza colonna vertebrale. Difenditi da sola. Questo, alla fine, le volevo dire, andandomene, come quando si sbatte la porta e si dicono cose forti e ridicole. Poi ci torni, vinta. La terra ti sta sotto le unghie, ti sta negli occhi e non va via. Decidi pure di fartela a piedi, di stare con lei per interi giorni di fila. Lechiese, i boschi, la scuola di don Milani e la tomba di Dossetti, le torri e gli orologi, le burraie e le cave, i morti di guerra e sul lavoro, i mobilifici e le fabbriche dismessi,le colline di tanti verdi che mi calmano, le montagne che paiono dorsi di animali preistorici. Riecco il Mugello. Un passo alla volta.»

Così Simona Baldanzi presenta il suo ultimo libro “Il Mugello è una trapunta di terra” (Laterza 2014) nel quale racconta Continua a leggere

La timeline “Morire di carcere in Toscana”

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morire_timeline_toscana_A3A proposito di datajournalism e di narrazioni multimediali vi segnalo una timeline sui detenuti e le detenute che perdono la vita nelle carceri della Toscana. Un modo per restituire dignità a chi resta ucciso, spesso suicida, dietro le sbarre di quell’istituzione totale che sono le prigioni in Italia. L’ho prodotta elaborando i numeri del Rapporto Morire di carcere curato dalla rivista edita nel carcere di Padova Ristretti Orizzonti ed è stata pubblicata a Firenze dal giornale l’Altracittà e dal laboratorio politico perUnaltracittà.

Un ringraziamento va al Knight Lab della Northwestern University che offre gratuitamente gli strumenti per innovare nel giornalismo. In basso la timeline, se volete ripubblicarla nei vostri siti contattatemi per il codice Continua a leggere

“Whistleblower” in italiano: parola della Crusca

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snowdenCome si traduce esattamente whistleblower in italiano? Non si traduce, almeno per ora. Mancano i presupposti culturali e concettuali secondo Maria Cristina Torchia della redazione consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca di Firenze. E i termini usati fino ad oggi, come gola profonda, talpa e delatore hanno un’accezione negativa. Ecco come ha descritto questo termine anglosassone in una nota pubblicata da Pagina99.

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Un dato di fatto: al momento non esiste in italiano un parola semanticamente equivalente a whistleblower con cui in inglese si indica “Una persona che, lavorando all’interno di un’organizzazione, di un’azienda pubblica o privata, si trova ad essere testimone di un comportamento irregolare, illecito, o comunque dannoso per la comunità e lo segnala all’interno dell’azienda stessa o alle autorità competenti o all’attenzione dei media, spesso andando incontro anche a ritorsioni e conseguenze negative Continua a leggere

Difendiamo i whistleblower, cambieranno il mondo perché sanno dire di no.

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snowdenTim Berners Lee, l’inventore del web, chiede protezione per le gole profonde come Snowden, i “whistleblower”. Anche i grandi scandali finanziari devono spesso tutto a chi saputo dire di no e ha denunciato. E molti governi varano norme per premiare chi segnala gli abusi. Tranne che da noi, dove non abbiamo manco la parola per dirlo. Lorenzo Dilena ed Enrico Pedemonte hanno approfondito l’argomento per Pagina99. Ecco cosa hanno scritto.

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Sir Tim Berners Lee lo ha ripetuto più volte negli ultimi mesi: «È necessario proteggere i delatori, perché essi hanno un ruolo importante nella nostra società». Proteggere i delatori? Qualcuno avrà fatto un salto sulla sedia. Qui è subito necessario fermarsi per fare almeno un paio di precisazioni Continua a leggere

Una piattaforma per proteggere i whistleblower, anche in Italia

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whistleblowerWilliam Bourdon, avvocato, Edwy Plenel, presidente di Mediapart e Gerard Ryle, direttore del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi, hanno lanciato un appello per la creazione di una piattaforma informatica che raccolga e protegga i whistleblower di tutto il mondo (“gole profonde” in Italia, dove il termine ha purtroppo un’accezione negativa), e le loro denunce presentate per lottare contro l’evasione di capitali, la corruzione, il malgoverno della cosa pubblica e non solo. L’appello è stato pubblicato in Francia da Le Monde, in Spagna da El País e in Italia dal Fatto Quotidiano. In Italia c’è un dibattito in corso anche a partire dall’esperienza di perUnaltracittà, laboratorio politico fiorentino. Se siete interessati contattatemi e vediamo cosa fare insieme.

Una Wikileaks per incastrare evasori e corrotti in tutto il mondo
di William Bourdon, Edwy Plenel e Gerard Ryle

Il segreto è il marchio di fabbrica del dispositivo per attentare alla vita privata in nome della lotta contro il super-terrorismo o per dissimulare i profitti ottenuti attraverso operazioni fraudolente od opache Continua a leggere

Una app per conoscere i Piani comunali della Protezione Civile

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LibraRisk

Il Piano di emergenza comunale della Protezione Civile è uno di quegli strumenti che ogni cittadino dovrebbe poter conoscere per poter prevenire i rischi, e i danni, derivanti dalle calamità naturali come i terremoti o come eventi meteo particolarmente pesanti: dalle grandi nevicate alle piogge incessanti che sempre più spesso provocano alluvioni, frane e disastri nel nostro fragile e sempre più cementificato territorio.

Tutti i Comuni dovrebbero averne uno perché la scrittura e la successiva adozione è obbligatoria per legge. Naturalmente non è così. Ci sono Regioni virtuose come il Molise, Friuli e Valle d’Aosta (100% dei Comuni coperti), altre pessime come la Sicilia (49%) e altre da mezza classifica come la Toscana (76%).

La mappa ufficiale, dove scoprire se il vostro Comune è in regola, la trovate Continua a leggere