Wikileaks fa paura ai potenti. Ecco perché chi la attacca è complice dei signori della guerra

Più le denunce di Wikileaks sono circostanziate e veritiere e più l’organizzazione in difesa della libertà di espressione (e del giornalismo di inchiesta) viene attaccata, anche strumentalmente. Ecco l’analisi di questo fenomeno di Manuel Castells, sociologo statunitense, pubblicata sul numero 871 di Internazionale.

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Doveva succedere. Da tempo ormai i governi sono preoccupati perché non hanno il controllo dell’informazione su internet. Erano già infastiditi dalla libertà di stampa, ma avevano imparato a convivere con i mezzi di comunicazione tradizionali. Invece la rete, popolata da fonti d’informazione indipendenti, è una minaccia mortale alla possibilità su cui si è sempre fondato il potere: mettere a tacere le verità scomode. Forse non ve ne siete ancora accorti, ma chi ci governa ha mano libera per rubare e concedersi amnistie, come in Francia o in Italia, o per massacrare migliaia di civili e torturare, come gli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan. Ecco perché le élite politiche e giornalistiche sono in allarme per le centinaia di migliaia di documenti pubblicati da Wikileaks che incriminano gli Stati Uniti e altri paesi. Wikileaks è un sito creato nel 2007 e gestito da una fondazione senza scopo di lucro con sede legale in Germania ma che opera dalla Svezia. Ha cinque dipendenti fissi, circa 800 collaboratori occasionali e centinaia di volontari in tutto il mondo, giornalisti, informatici, ingegneri e avvocati, per difendersi dai suoi molti nemici.

Il suo budget annuale è di circa 300 milioni di euro, provenienti da donazioni spesso riservate ma anche da mezzi d’informazione come l’Associated Press. Wikileaks è stato fondato da dissidenti cinesi con appoggi nelle aziende tecnologiche di Taiwan, a cui nel tempo si sono uniti gli attivisti di internet e i difensori della comunicazione libera, riuniti per una stessa causa globale: ottenere e difondere le informazioni più segrete che governi, multinazionali e talvolta i mezzi di comunicazione stessi tengono nascoste ai cittadini.

La maggior parte delle informazioni arriva, di solito via internet, attraverso messaggi criptati con una tecnologia molto avanzata messa a disposizione di chi vuole inviare dei documenti seguendo i consigli del sito.
Nonostante l’assedio a cui è stato sottoposto fin dagli inizi, Wikileaks ha continuato a denunciare corruzione, abusi, torture e massacri in tutto il mondo, dai furti commessi dal presidente del Kenya al riciclaggio del denaro sporco in Svizzera alle atrocità nelle guerre degli Stati Uniti. Ha ricevuto vari premi internazionali per il suo lavoro, anche dall’Economist e da Amnesty international. Ed è proprio il suo crescente prestigio a preoccupare i piani alti del potere. Perché la linea di difesa contro i siti indipendenti è negare la loro credibilità. Ma i 70mila documenti pubblicati a luglio sulla guerra in Afghanistan o i 400mila sull’Iraq appena diffusi sono originali e provengono per lo più da soldati statunitensi o da rapporti militari strettamente riservati. Wikileaks ha un sistema di controllo delle informazioni che prevede anche l’invio di giornalisti in Iraq per intervistare i sopravvissuti e consultare i documenti. In effetti le principali critiche a Wikileaks non riguardano l’autenticità delle sue informazioni ma la diffusione di notizie che potrebbero mettere in pericolo la sicurezza dei militari e dei civili.
La risposta di Wikileaks è stata cancellare nomi e altri segni di identificazione e diffondere lo stesso i documenti, ma in modo da non far correre rischi inutili a chi è coinvolto in operazioni ancora in corso. Hillary Clinton ha condannato la pubblicazione dei documenti, senza parlare però del fatto che erano state nascoste le uccisioni di migliaia di civili e molti episodi di tortura. Nick Clegg, il vice primo ministro britannico, ha censurato il metodo usato da Wikileaks, ma almeno ha chiesto di aprire un’inchiesta sui fatti denunciati.

La cosa più assurda è che alcuni mezzi d’informazione stanno partecipando all’aggressione dei servizi di intelligence contro Julian Assange, il direttore di Wikileaks. Fox News si è pronunciata a favore del suo assassinio. Senza spingersi così lontano anche John Burns, sul New York Times, ha attaccato Assange. È ironico che a farlo sia proprio Burns, collega e amico della giornalista Judith Miller, che scrisse un falso scoop sulla scoperta delle armi di distruzione di massa in Iraq (raccontato nel film Green zone). È la più antica tattica usata dai mezzi d’informazione: far dimenticare il messaggio attaccando il messaggero. Lo fece Nixon nel 1971 con Daniel Ellsberg, l’uomo che pubblicò i famosi documenti del Pentagono sui crimini in Vietnam facendo cambiare idea all’opinione pubblica sulla guerra. Per questo Ellsberg accompagna Assange alle conferenze stampa. L’australiano Assange, un personaggio da romanzo, è stato un hacker militante, da sempre impegnato in politica. Ora è in semi clandestinità, viaggia da un paese all’altro, vive negli aeroporti ed evita i paesi in cui si cercano pretesti per arrestarlo.

Il dramma è appena all’inizio. Un’organizzazione per la libera informazione, basata sul lavoro volontario di giornalisti ed esperti di tecnologia, che riceve da fonti anonime i segreti di un mondo corrotto, facendo arrabbiare quelli che non si vergognano dei loro crimini ma temono che arrivino alle orecchie di chi li ha eletti e li paga. Questa storia non finisce qui. (sb)

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