Il “Manifesto per la libertà di stampa” di Albert Camus

Grazie a Repubblica ho potuto leggere questo importante e inedito documento di Albert Camus sulla libertà di stampa, che fissa, a due mesi dall’inizio della seconda guerra mondiale, le regole dell’informazione indipendente. Per approfondire il giornalismo schierato di Camus consiglio inoltre la lettura di “Questa lotta vi riguarda. Corrispondenze per Combat 1944-1947”, edito da Bompiani nel 2010, che raccoglie i suoi 165 articoli scritti durante il suo lavoro, come caporedattore, presso la redazione del giornale edito clandestinamente dalla cellula partigiana francese Combat.

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Oggigiorno è difficile parlare della libertà di stampa senza essere tacciati di stravaganza, essere sospettati di essere Mata Hari, o vedersi incriminare con l’accusa di essere il nipotino di Stalin. Eppure, questa libertà tra le altre non è che uno dei volti della libertà tout court e si capirà la nostra ostinazione a difenderla se si è disposti ad ammettere che non c’è altro modo di vincere davvero la guerra. Certo, ogni libertà ha i suoi limiti. Bisogna però che questi limiti siano liberamente riconosciuti. Sugli ostacoli che oggi si oppongono alla libertà di pensiero, abbiamo già detto tutto quello che abbiamo potuto e diremo ancora, fino alla nausea, tutto ciò che ci sarà possibile dire. In particolare, non ci stupirà mai abbastanza, una volta assunto il principio della censura, che la riproduzione di testi pubblicati in Francia e approvati dai censori della Francia metropolitana sia vietata, per esempio, al Soir républicain (il quotidiano pubblicato ad Algeri di cui all’epoca Camus era caporedattore ndr). Il fatto che a questo riguardo un giornale dipenda dall’umore o dalla competenza di un uomo dimostra meglio di ogni altra cosa il grado d’incoscienza a cui siamo arrivati.

Uno dei buoni precetti di una filosofia degna di questo nome è di non profondersi in vane lamentazioni di fronte a uno stato di fatto che non si può più evitare. Oggi in Francia non si pone più il problema di capire come preservare le libertà della stampa. La questione è capire come, davanti alla soppressione di quelle libertà, un giornalista possa rimanere libero. Il problema non riguarda più la collettività, bensì l’individuo.

E, per l’appunto, ciò che ci piacerebbe definire qui sono le condizioni e i mezzi con cui, nel contesto della guerra e delle sue schiavitù, la libertà possa essere non soltanto preservata ma perfino manifestata. Detti mezzi sono quattro: la lucidità, l’opposizione, l’ironia e l’ostinazione. La lucidità presuppone la resistenza agli impulsi dell’odio e al culto della fatalità. Nel mondo della nostra esperienza è certo che tutto si possa evitare. La stessa guerra, che è un fenomeno umano, può essere in ogni momento evitata o fermata con mezzi umani. È sufficiente conoscere la storia degli ultimi anni della politica europea per sapere per certo che la guerra, qualsiasi guerra, ha cause evidenti. Questa visione chiara delle cose esclude l’odio cieco e la disperazione che lascia correre. Un giornalista libero, nel 1939, non dispera e lotta per ciò che crede vero come se la sua azione potesse influire sul corso degli eventi. Non pubblica niente che possa istigare all’odio o provocare la disperazione. Tutto questo è in suo potere.

Dinanzi alla marea crescente della stupidità è anche necessario opporre qualche rifiuto. Non c’è coercizione al mondo che possa indurre una persona con un minimo di rettitudine ad accettare di essere disonesta. Ora, per poco che si conosca il meccanismo dell’informazione, è facile accertarsi dell’autenticità di una notizia. Ed è a questo che un giornalista libero deve prestare tutta la sua attenzione. Infatti, se non può dire tutto quello che pensa, gli è possibile non dire quello che non pensa o che crede falso. Analogamente, un giornale libero si valuta tanto per quello che dice quanto per quello che non dice. Questa libertà in negativo è di gran lunga la più importante, se la si riesce a mantenere. Perché prelude all’avvento della vera libertà. Di conseguenza, un giornale indipendente indica la fonte delle sue informazioni, aiuta il pubblico a vagliarle, ripudia il lavaggio del cervello, evita le invettive, sopperisce con dei commenti all’uniformazione delle informazioni e, in breve, serve la verità nell’umana misura delle sue forze. Questa misura, per relativa che sia, gli permette almeno di rifiutare ciò che nessuna forza al mondo potrebbe fargli accettare: servire la menzogna.

Veniamo ora all’ironia. Si può affermare in linea di principio che una persona che ha il gusto e i mezzi per imporre la coercizione è impermeabile all’ironia. Non si immagina Hitler, giusto per citare un esempio tra altri, fare uso dell’ironia socratica. Nondimeno l’ironia continua a essere un’arma impareggiabile contro chi è troppo potente. Essa completa la resistenza, nel senso che permette non già di respingere ciò che è falso ma, spesso, di dire ciò che è vero. Un giornalista libero, nel 1939, non si fa troppe illusioni sull’intelligenza di quelli che lo opprimono. È pessimista per quanto riguarda l’uomo. Una verità enunciata in tono dogmatico viene censurata nove volte su dieci. La stessa verità detta scherzosamente, solo cinque volte su dieci. Questo meccanismo illustra in modo abbastanza preciso le potenzialità dell’intelligenza umana. E spiega anche come dei giornali francesi come Le Merle o Le Canard enchaîné riescano a pubblicare regolarmente i coraggiosi articoli che sappiamo. Un giornalista libero, nel 1939, è dunque necessariamente ironico, per quanto spesso lo sia suo malgrado. Ma la verità e la libertà, avendo pochi amanti, con quei pochi sono molto esigenti.

È evidente che l’atteggiamento che abbiamo appena descritto non potrebbe essere sostenuto con efficacia senza un minimo di ostinazione. Gli ostacoli alla libertà d’espressione sono molti. Ma non sono i più severi a poter scoraggiare un animo saldo. Infatti le minacce, le sospensioni, i procedimenti penali in Francia ottengono generalmente l’effetto opposto a quello voluto. Tuttavia bisogna ammettere che degli ostacoli scoraggianti ci sono: la costanza nella stupidità, l’ignavia organizzata, l’ottusità aggressiva e via dicendo. È quella la grossa barriera che bisogna riuscire a sfondare. L’ostinazione perciò diventa una virtù cardinale. Per un paradosso curioso ma palese, essa passa così al servizio dell’obiettività e della tolleranza.

Ecco dunque un insieme di regole per preservare la libertà anche nella schiavitù. E dopo? ci si chiederà. Dopo? Non facciamoci prendere dalla fretta. Se soltanto ogni francese fosse disposto a sostenere nel suo raggio d’azione tutto ciò che ritiene vero e giusto, se volesse dare il suo piccolo contributo al mantenimento della libertà, resistere all’abbandono e far conoscere la sua volontà, allora e soltanto allora questa guerra sarebbe vinta nel senso profondo del termine.

Sì, in questo secolo è spesso a malincuore che uno spirito libero si esprime con ironia. Su cosa si ha voglia di scherzare in questo mondo in fiamme? Ma la virtù dell’uomo è di conservarsi tale anche davanti alla negazione dell’umanità. Nessuno vuole ricominciare tra venticinque anni la duplice esperienza del 1914 e del 1939, perciò bisogna sperimentare un metodo completamente nuovo, basato su giustizia e generosità. Ma queste non si esprimono che nei cuori già liberi e nelle menti ancora lungimiranti. Formare questi cuori e queste menti, o piuttosto risvegliarli, è il compito insieme modesto e ambizioso che pertiene all’uomo indipendente. Bisogna attenervisi anche senza vedere oltre. La storia potrà tener conto di questi sforzi oppure no, ma saranno stati fatti.

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Pubblicato su Repubblica il 6 maggio 2012. Traduzione di Elda Volterrani © Catherine e Jean Camus, pubblicato per gentile concessione di Catherine Camus. L’articolo non è stato firmato da ma è stato autenticato.

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