Festival di Sanremo, la nostra scelta vintage: “È lunga la strada” (della lotta di classe)

Anche quest’anno l’Italietta è rimasta colpita – impossibile evitarlo – dal circolo chiacchiericciante del Festival di Sanremo. Peggio. È rimasta avvolta dalla patologia tipica della televisione generalista: la nostalgia per i tempi andati, per un vintage stantio che attacca chi, privo di un futuro possibile, si affida ai programmi di intrattenimento di Rai Uno. Ed è proprio il Primo Canale, possiamo solo definirlo così, a dedicare un’intera serata del Festival alla riproposizione di 24 canzoni del passato reinterpretate dai Campioni in gara: dalla coatta “Adesso tu” alla nazionalista antelitteram “L’italiano” passando da “Papaveri e papere”.

Il Quartetto Cetra. Virgilio Savona è il terzo.

Accettando la sfida vintage “La Città invisibile” vi propone allora un intero album. Si tratta di “È lunga la strada” e risale al 1973. Non lo conoscete vero? E anche il nome dell’autore ai più non dirà niente: Virgilio Savona.

>>> Ascolta da YouTube il disco “È lunga la strada”

Eppure se citiamo “Nella vecchia fattoria” scommettiamo che anche chi frequenta l’asilo rizzerà le orecchie. Già, perché Virgilio Savona, di cui si è appena festeggiato il centenario della nascita, è stato uno dei fondatori e protagonisti del Quartetto Cetra, gruppo vocale attivo sin dagli anni Quaranta del secolo scorso.

Abbiamo scelto di recuperare “È lunga la strada” per la sua modernità, per la profondità che mostrano ancora oggi i testi delle 11 canzoni dell’album. Canzoni in grado di leggere una lotta di classe che viviamo ancora pur essendo ormai entrati nel terzo decennio del terzo millennio. Anni in cui siamo ancorati ai soliti merdosi rapporti – concedeteci la caduta di stile ma continuando a leggere capirete perché – tra i potenti e i sudditi, tra i ricchi e i poveri (no, nessun riferimento a baffo e alla moretta), tra chi ha potere, denaro, strumenti, opportunità e chi resta ne resta tagliato fuori.

Inutile dire che quando Virgilio Savona, sessant’anni fa, dà una virata impegnata alla sua carriera nessuno più se lo fila. Se il Quartetto Cetra ha fatto la storia italiana della radio e della tv in bianco e nero, Savona e le sue canzoni dalla parte degli ultimi sono stati cassati da ogni palinsesto popolare. Inutile correre il rischio di svegliare un popolo in trance, no?

È lunga la strada, l’album.

“È lunga la strada” ci sta benissimo negli Anni Settanta. Anni meravigliosi in cui sono state approvate riforme di una qualità estrema (statuto dei lavoratori, parità salariale, servizio sanitario nazionale, abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, diritto di famiglia, divorzio, aborto, obiezione di coscienza, democrazia nella scuola, consultori, chiusura dei manicomi, equo canone… ). Anni che proprio per questi tanti successi di sinistra la retorica dominante connota come i peggiori della Repubblica. È facile capire perché. Come è facile capire, canzone per canzone, i riferimenti all’oggi.

Nel suo disco Virgilio Savona dedica “Nella testa di Nicola” a Virgilio Saltarelli, ucciso da una bomba lacrimogena sparata dalla Polizia; un ragazzo che manifestava, come tanti in quegli anni, per chiedere verità e giustizia nel primo anniversario della strage fascista di Piazza Fontana.

E nella testa di Nicola
corrono immagini e pensieri,
sente lo scoppio dei candelotti,
vede gipponi e carabinieri.
Vede compagni calpestati
e trascinati per i capelli,
vede se stesso sotto una selva
di caschi verdi e di manganelli.

E nella testa di Nicola
corrono immagini e pensieri,
vede gli scudi venire avanti,
vede le facce dei brigadieri.
Sente un odore acre nell’aria,
in mezzo a un’orgia di caroselli,
e abbandonata in mezzo a un prato…

vede
la bara di Saltarelli.

Il tema degli omicidi polizieschi torna ne “La ballata di via Tibaldi“, strada milanese in cui nel 1971, durante uno sgombero, Massimiliano Ferretti, un bambino di appena sette mesi malato di cuore ed affetto da bronchite, viene colpito dai gas lacrimogeni e muore in ospedale.

Erano in tanti venuti a Milano
per sopravvivere, e per lavorare:
e si erano accampati in vecchie catapecchie
Ma un giorno seppero che in via Tibaldi
coi contributi pagati da loro
facevano una casa, ma solo per i ricchi

Quando una voce nei ghetti operai
disse: «Prendiamoci quello che è nostro»
la casa fu occupata in segno di protesta
Chiusi lì entro con donne e bambini
provvidero alla mensa dell’ambulatorio
fintanto che scoppiò un pandemonio.

Furono presi da circa duemila
baldi ragazzi della polizia
Si ritrovarono in mezzo alla strada
con i più piccoli stretti sul petto,
la pioggia quel mattino veniva giù a dirotto
Si seppe poi che un bimbo era morto.

In “Voltiamo il foglio” denuncia invece l’ammaestramento perbenista dei giovani all’obbedienza ai poteri praticato dalle istituzioni, siano esse religiose, scolastiche, famigliari o militari.

Ora che sei grandicello e che già frequenti la scuola,
il tuo maestro ascolterai e tante cose imparerai.
Lui è sapiente su tutto e tu invece non sai niente.
Se desideri la promozione dovrai essere molto obbediente.
È qui che continua l’inganno, si conferma già l’imbroglio.
Ma la storia non è terminata, voltiamo il foglio.

Concetti analoghi in “Qualcosa in cui credere ancora“, in cui però si accenna ad una possibile emancipazione.

C’è chi benedice le sue pecorelle
finché stanno zitte in genuflessione,
ma provino solo ad alzare la testa
e saranno colpite da maledizione.

Tu prova a resistere a un uomo in divisa:
ti fanno il processo e rimani fregato.
Se un uomo in divisa, però, ti tortura
Gli fanno il processo ed è amnistiato.

Non so perché tu abbia aspettato finora
a cercare qualcosa in cui credere ancora.

Due testi affrontano le virtù dei preti. Quando disobbediscono alla Santa Sede nel caso de “Il prete visionario

«Io vedo Cristo che rivive ancora
e si reincarna giorno dopo giorno
nell’umile, nel sottoproletario
negli uomini più poveri del mondo
Lo vedo reincarnato in operaio
o in negro dell’America razzista»
Così parlava un prete visionario
Ci fu chi disse: «Questo è comunista»

Il vescovo gli scrisse: – Caro prete,
così non va, ti devi ravvedere
dimentica il pensiero del Vangelo
ascolta quello della Santa Sede
Lo sai che la tua chiesa è stata fatta
coi soldi dei signori e dei baroni,
perciò devi esortare i tuoi fedeli
a non farneticare e a stare buoni

o quando si lasciano morire di fame esasperati dal fatto di non essere riusciti ad ottenere giustizia in una lite contro un potente, come nel caso de “Il testamento del parroco Meslier

Abbattete
i ricchi condottieri
e i prìncipi!
Sono loro,
non quelli degli inferni,
i diavoli!

Vermi che lasciano al contadino
soltanto la paglia del grano
e la feccia del vino.
Teorizzano pace, bontà e fratellanza
e poi legalizzano i troni
e l’ineguaglianza.

In “È lunga la strada” si toccano con mano le catene di chi è messo ai margini per il suo stato sociale

È lunga la strada, cammino come fossi un prigioniero.
Se l’ombra mi segue, davanti a me c’è sempre il mio pensiero.

In questo Paese, non è per mio volere che son nato,
è stato per gioco che il caso in questa terra mi ha portato.

Se muore un pezzente, nessuno lo accompagna al cimitero,
ma se un ricco muore, lo seguono la musica ed il clero.

Venti anni prima delle bombe che uccidono Falcone e Borsellino, venti anni prima delle stragi di Firenze, Roma e Milano, in “Ogni anno a fine d’agosto” è la mafia protagonista.

Ogni anno a fine d’agosto lassù nei boschi dell’Aspromonte
un ragno tesse una tela, un fiore appassisce, muore una fonte;
ed è lassù che ogni anno c’è chi decide la tua sorte
e compra la tua vita e la tua morte

Ci fu chi fece l’eroe e disse tutto senza paura
e fece nomi e cognomi in una stanza della questura
e per aver voluto onestamente dire il vero
adesso dorme i pace al cimitero.

Angela Davis

Prima di John Lennon e dei Rolling Stones il Quartetto Cetra incise una canzone in omaggio ad Angela Davis, leader afroamericana del movimento per i diritti civili arrestata con false accuse nel 1970. Inutile dire che il testo di “Angela” indignò, e non poco, le solite persone perbene. Una di loro minacciò anonimamente il Quartetto con un messaggio di stampo mafioso a cui Savona rispose con un’altra canzone in cui fa il verso al suo accusatore, “Sono cose delicate“.

Ma che si faccia i Caroselli,
che canti alla televisione,
che non si vada ad immischiare
con la contestazione.

Ma questo come si pemmette
di toccare le cose serie,
mentre ha fatto fin da bambino
il buffone e il burattino, ah!

Nessuno dice che è vietato
Se vuole scrivere canzoni,
ma che le scriva con prudenza
senza rompere i coglioni.

Finché si limita a cantare
quella – com’è? – “La fattoria”,
che faccia pure, lo ascoltiamo…
Canta? Pazienza! E cosissìa.

Giusto per restare in tema, ne “La merda“, da una poesia di Hans Magnus Enzsberger, l’autore esalta e mostra pieno rispetto per un elemento naturale troppo spesso associato a grandi mascalzoni.

Lei così tenera e pulita,
La base della nostra vita.
Lei che solleva dalle pene,
Lei che ci vuole tanto bene.

Il nome suo lo appiccichiamo
Al grande capo americano,
E a tutti i grandi mascalzoni
Che costruiscono cannoni.
Ma non è giusto, francamente,
Trattarla tanto indegnamente,
E non si faccia mai la svista
Di dire che è capitalista.

La Garaventa

Ne “La Garaventa” Virgilio Savona posa infine l’attenzione sulla condizione in cui sono costretti a vivere i giovani del carcere minorile di Genova, una prigione sistemata su una nave da guerra che si chiama, appunto, La Garaventa.

Passano giorni, e mesi e stagioni,
è piena la stiva di maledizioni.
il ponte è lavato da gocce di pianto,
il buio è spezzato da un solo lamento.
Guarda: nel buio del boccaporto
mille speranze rimangono sepolte.
e intanto marciscono miseramente.

Ancora voglia di Sanremo? Da parte nostra diciamo solo

Non sappiamo perché tu abbia aspettato finora
a cercare qualcosa in cui credere ancora.

 

Pubblicato su La Città invisibile