Con Julian Assange, per mettere fine alla moderna Inquisizione 

Confesso che non mi è dispiaciuto vedere Donald Trump incastrato sul fisco grazie ad un lungo lavoro investigativo del New York Times, condotto su documenti ufficiali forniti dallo stesso Trump all’agenzia delle entrate americana, l’Internal Revenue Service, e passate alla stampa da gole profonde, preziose quanto giustamente protette.

Ripeto.

Sono diventati di pubblico dominio documenti riservati degli Stati Uniti d’America, fatti trapelare alla stampa da fonti protette, utili a colpire sotto elezioni l’Istituzione per eccellenza: il Presidente. Vi ricorda qualcosa?

Facciamo un salto indietro di una decina di anni, cambiamo scena e passiamo dalla costa est degli Stati Uniti, dove si svolge il “dramma” trumpiano, alla fitta rete di server protetti, diffusi in tutto il mondo, su cui opera Wikileaks.

Parliamo di centinaia di migliaia di notizie e informazioni conservate, catalogate e pubblicate, che hanno il merito di provare senza ombra di dubbio i comportamenti, segreti e illegali, dei governi che dopo l’11 settembre del 2001 hanno iniziato ad “esportare la loro civiltà” in Medio Oriente: dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dalla Germania fino alla nostra piccola Italia.

Siamo nel 2010, il sito, fondato tra gli altri da Julian Assange, svela allo stesso New York Times, al Guardian e a Der Spiegel, il contenuto di alcuni documenti, riservati e secretati, in cui si prova che, durante le guerre in Afghanistan e in Iraq, le suddette democrazie si sono rese colpevoli dell’uccisione deliberata di civili, dell’occultamento dei loro cadaveri, di creare unità coperte per assassinare i talebani senza regolare processo, di portare avanti generalizzate pratiche di tortura.

Non sono dispiaciuto ma mi amareggia la disparità con cui vengono trattate e percepite queste due storie.

Oggi infatti, per aver rivelato al mondo le ingiustizie perpetrate dai governi occidentali, Julian Assange è agli arresti e sotto processo a Londra per spionaggio, accusato dal governo americano sulla base di una legge del 1917 che prevede, in caso di estradizione, fino a 175 anni di carcere. I giornalisti del NYT riceveranno molto probabilmente il Pulitzer.

Ad Assange non verrà invece assegnato nessun premio. Statene certi. Eppure l’impegno a difesa della Democrazia di WikiLeaks (a proposito il sito è ancora attivo e va sostenuto), è stato, ed è, un lavoro investigativo certamente superiore a quello compiuto dai giornalisti della più importante testata americana.

Dove sta allora la differenza con quanto accade in questi giorni sulla pellaccia di Donald Trump?

Lungi da me parteggiare per uno dei più pericolosi politici che abbia mai governato il paese più ricco e potente e che ha inquinato, se possibile, ancor di più le destre di tutto il mondo. Trump è anche un mio e nostro avversario.

Scandalizza però assistere alla colpevolizzazione di Assange e alla censura globale in cui è caduto il processo contro di lui: un processo che rischia di trasformarsi prima in farsa (pochissimi testimoni possono assistere alle udienze e neppure ad Amnesty International è stato concesso l’accredito), e poi in tragedia, se sarà concessa l’estradizione e buttata la chiave.

Il mondo intero, in questa fase di crisi e trasformazione, ha bisogno di persone all’altezza, e Wikileaks è una di quelle esperienze che può contribuire a rendere la nostra società migliore senza che si torni alle pratiche tipiche dell’Inquisizione. Il tempo di bruciare gli innocenti è finito. Julian Assange deve tornare libero al più presto. Ed è compito nostro salvare le nostre democrazie prima che si trasformino in democrature.

Cristiano Lucchi