Cronaca di come mille persone sono scomparse in mare durante il ciclone Harry, mentre il governo italiano e quello maltese si giravano dall’altra parte.
Il ciclone Harry ha colpito a metà gennaio Calabria, Sicilia e Sardegna. Tutti abbiamo sotto gli occhi la rupe di Niscemi devastata dall’incuria delle istituzioni prima che dagli eventi meteorologici. Molti credono anche che non ci siano state vittime, nessun italiano è morto. Ma il globo, Meloni dixit, è terraqueo, dobbiamo quindi necessariamente allungare il nostro sguardo per capire cosa è successo in mare, al largo delle nostre coste, sotto gli occhi della nostra Guardia Costiera e di Frontex, l’Agenzia europea che controlla e gestisce le frontiere esterne.

Ad accompagnare il nostro sguardo è Mediterranea Saving Humans, la meritoria organizzazione che monitora le acque con le navi Mare Jonio e Alex, in collaborazione con Sea-Watch e Open Arms. L’obiettivo è salvare le persone che si trovassero in difficoltà in quel tratto di mare, a causa dell’assenza di corridoi umanitari tra le coste africane e quelle europee.
Mille persone disperse, senza speranza
“La strage avvenuta a gennaio nel Mediterraneo centrale, con almeno 1.000 persone disperse, potrebbe essere la più grande degli ultimi anni. Ci troviamo davanti a una situazione catastrofica, tra imbarcazioni disperse e corpi recuperati”, racconta Mattia Ferrari, il cappellano di bordo di Med. Secondo le informazioni trasmesse dal Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto di Roma e segnalate dal giornalista Sergio Scandura, al 24 gennaio risultavano disperse in mare almeno otto imbarcazioni, con 380 persone, partite da Sfax. Il 22 gennaio è arrivata a Lampedusa un’imbarcazione con un corpo senza vita, mentre due gemelline di un anno erano disperse in mare. Il giorno seguente, in un altro naufragio, è sopravvissuto solo Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone, soccorso dalla nave mercantile Star. Konte ha perso suo fratello, sua cognata, suo nipote e almeno altre 47 persone. Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla Ocean Viking e altre decine di corpi sono stati recuperati dalle autorità maltesi”.

Se non bastasse, il quadro diventa se possibile ancora più tragico qualche giorno dopo, grazie alle testimonianze raccolte da “Refugees in Lybia e Tunisia”. Continua Ferrari: “Si sono intensificate le violenze da parte dei militari negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax, in Tunisia, e di conseguenza è aumentata la pressione per le partenze da diversi punti costieri. Oltre a quelle sopracitate, ce ne sarebbero molte altre sparite e il numero delle persone disperse sarebbe di almeno mille.”
Annegati mentre l’Italia santifica Sanremo
Mille tra donne, bambini e uomini in cerca di fortuna nel vecchio continente, annegati nel silenzio più assoluto, mentre l’Italia tutta è pronta a sedersi sul divano per commentare il Festival di Sanremo. Aggiunge giustamente il cappellano di Med: “Quello che colpisce, oltre al dato e al grido di dolore dei familiari e amici dei dispersi, è il silenzio che avvolge questa ennesima strage, nonostante le nostre responsabilità: le condizioni di ingiustizia globale che forzano le persone a migrare, la chiusura dei canali legali che le costringe a percorrere rotte così pericolose, le violenze delle milizie finanziate dai Paesi europei per bloccare le persone migranti, l’assenza di dispositivi strutturali di salvataggio e gli ostacoli alle navi di soccorso civile, nonché l’indifferenza di larga parte della società. Se è vero che tante persone sono disperse, è vero anche che le loro storie stanno emergendo grazie a ‘Refugees in Libya e Tunisia’ e che grazie a tutte le realtà del soccorso in mare l’ingiustizia e l’indifferenza non hanno ancora avuto l’ultima parola”.

Il bilancio dettagliato
Laura Marmorale – presidente di Mediterranea – approfondisce le dinamiche di morte avvenute nel Nostro Mare nei giorni del ciclone Harry: “Secondo le informazioni trasmesse dal Centro per il coordinamento del soccorso marittimo, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta raggruppava otto casi SAR (Search and Rescue) distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio, con a bordo il seguente numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR. Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare”. Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale dell’Autorità marittima europea.
Il salvataggio di Konte, il testimone
Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha poi condiviso le immagini che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Partito da Sfax a bordo di un’imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità, Konte racconta che l’imbarcazione si è capovolta. Lui è sopravvissuto per più di 24 ore in mare, prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese. Dalla sua testimonianza, in quel naufragio sono morte 47 persone, tra cui il fratello, la cognata e il nipote di Konte, che in seguito al salvataggio è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.

Le brutalità gratuite
Per Laura Marmorale “la testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte da Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati”.
I convogli diretti in Italia
Mediterranea, grazie alle sue antenne africane, dà conto di come un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. “Dal chilometro 19 al chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati. Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino”.

Il genocidio mediterraneo
Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare. Alcuni cadaveri in decomposizione sono arrivati anche sulle coste italiane. Il costo umano è pesantissimo. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contraddittorie, ma un dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi, sono disperate. “Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans – il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà”.