Stefano, vittima della logica del Sistema Montedomini

Lo scandalo Comune di Firenze-Montedomini ha scosso, e non poco, la piccola comunità di Fuori Binario. Il cuore della storia che vi raccontiamo sta in ciò che accadde la mattina dello scorso 3 febbraio, quando venimmo a sapere che Stefano Maffei si era ucciso nella sua stanza dell’Albergo Popolare. Era lì che viveva pagando un piccolo affitto perché povero e senza casa.

Stefano Maffei
Stefano Maffei

Stefano era uno di noi, socio di Periferie al centro, impegnato nel tenere in ordine e rendere più accogliente la sede del giornale. Si era tolto la vita perché angosciato da un sistema troppo spesso impermeabile ai diritti e ai bisogni dei più fragili, un sistema di accoglienza che gli impediva di scontare ai domiciliari, proprio nella stanza per cui pagava un regolare affitto, una lieve pena residua per aver, anni prima, manifestato per il diritto all’abitare con il Movimento di lotta per la casa.

Nessuno può conoscere i motivi profondi di un simile gesto. Era però chiaro a tutti come negli ultimi mesi fosse preoccupato, spaventato e depresso, proprio dalla prospettiva di un futuro in carcere. Sono tante le testimonianze in tal senso. Si interrogava sul perché il Comune gli proibisse di scontare la pena alternativa nella sua stanza di via della Chiesa. Era un suo diritto e non riusciva a darsi una risposta plausibile. Non esiste infatti nessuna legge, norma o regolamento, che impedisca, nella città di Giorgio La Pira, Mario Gozzini e Alessandro Margara, di scontare gli arresti domiciliari all’Albergo Popolare, luogo deputato all’accoglienza dei senza dimora.

Dopo la sua morte abbiamo anche interpellato il Comune e non abbiamo avuto alcuna risposta. Nelle settimane precedenti i servizi sociali del Tribunale e quelli comunali, vista la non pericolosità sociale di Stefano, cercarono una soluzione alternativa senza successo, come si evince dalla documentazione acquisita agli atti processuali. In quei giorni Stefano viveva un’oppressione, una paura, che lo devastava.

Era un volontario di Fuori Binario, e nel tempo era divenuto un punto di riferimento per tante persone costrette ad una condizione di vita ai margini. Anche per questo, per difendere la sua dignità, non voleva in nessun modo scontare la pena in una delle vergognose celle di Sollicciano. Ma a Firenze, per Stefano, non c’erano strutture a sufficienza, nessuna stanza deputata all’ospitalità era disponibile. Per lui il sistema di accoglienza pubblico, fondato anche sui lasciti e sulle risorse di Montedomini, non dava alternative al carcere.

Nessuna soluzione che alleviasse la sua angoscia era arrivata dal Comune né da altri enti. E così Stefano si è impiccato, a poche ore dall’udienza che avrebbe potuto condannarlo senza appello ad una pena in cella. Denunciando, con il suo corpo e con la sua vita, un sistema di accoglienza indecente, lo stesso chiamato in causa dall’Arcivescovo Gambelli lo scorso 24 giugno per San Giovanni e di cui vi abbiamo dato conto nell’ultimo numero. Nell’omelia sollecitava la politica a “convertirsi”, a non essere mera “conservazione di potere” perché era urgente tener conto concretamente degli “scartati” […] “i tanti che qui a Firenze non riescono a vivere una vita dignitosa, gli uomini e le famiglie che non vedono tutelato il loro diritto alla casa, i carcerati di Sollicciano che vivono in condizioni inaccettabili”.

Raccontiamo questa storia perché da quel 3 febbraio la Comunità di Fuori Binario è in lutto e vive con molta più frustrazione il trattamento a cui sono costretti gli ultimi in questa città. La rabbia e il dolore per il destino di Stefano si sono riaccesi nelle ultime settimane proprio a causa dello scandalo Comune di Firenze-Montedomini, emerso grazie all’azione preziosa di Salviamo Firenze.

Quante stanze, quanti appartamenti, quanti interi palazzi, sono stati tolti a chi ne aveva diritto – poveri, senza dimora, anziani fragili, donne e uomini che vivono un momento di difficoltà? Perché chi governa questa città ha fatto scelte che premiano il profitto e lasciano gli ultimi senza alternative? La colpa di Stefano è di essere finito tra i tanti “scartati”, mentre le mura, potenzialmente destinate alla sua accoglienza, sono finite sul mercato degli affitti di lusso.