Il giornalismo? Sarà salvato da uno psichiatra (forse)

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Senza gli articoli di giornale non avremmo chiuso i manicomi“, inizia così Pier Maria Furlan la premessa al suo libro Sbatti il matto in prima pagina. E Furlan se ne intende della questione. Ordinario di psichiatria all’Università di Torino, nel 2000 ha messo i sigilli al manicomio di Collegno, sempre in Piemonte, grazie “alla forza dell’indignazione provocata dall’osservazione dei fatti, notizie e immagini di cronaca” come lui stesso racconta.

Nelle oltre 400 pagine appena pubblicate da Donzelli vengono analizzati più di 1.200 articoli di giornale, provenienti soprattutto da Stampa, Corriere, Repubblica, Espresso e Unità. Si tratta dei pezzi che accompagnarono il dibattito pubblico prima e dopo la legge Basaglia che nel 1978 abbatté i muri dei manicomi. Uno dei tanti successi ottenuti grazie ai movimenti nel “decennio dei diritti”, come dovremmo iniziare a chiamare gli Anni Settanta considerato il successivo declino sociale, politico e culturale nel quale siamo ancora immersi.

Quel che interessa di questo saggio, per chi crede che il giornalismo debba ancora avere una funzione di cane da guardia della democrazia, è il susseguirsi di firme che con coraggio scrivono che il Re è nudo e che quindi non è più possibile tollerare luoghi di detenzione arbitraria e di tortura in un Paese che di sé fa una narrazione moderna e civile. Non a caso in quegli anni uno dei termini più usati per descrivere i manicomi è “lager”, riportando subito il lettore a quell’universo concentrazionario che solo 15/20 anni prima aveva sconvolto e indignato dopo la scoperta di Auschwitz.

A raccontare questa storia sono i protagonisti della cultura del tempo: da Indro Montanelli ad Angelo Del Boca, da Dacia Maraini a Natalia Aspesi, ma anche intellettuali del calibro di Michel Foucault, Noam Chomsky e Jean-Paul Sartre. Con le loro prese di posizione, ma soprattutto grazie alle fotografie, alle inchieste, alle interviste ai “matti” (le prime nella storia) l’opinione pubblica italiana riesce a fare i conti con il tabù del manicomio. Da sempre luogo di paura e terrore e allo stesso tempo tollerato e rispettato.

Il messaggio che arriva da Furlan è più che mai attuale. Dove è finito quel giornalismo in grado di cambiare lo status quo? Perché si è trasformato in cane da guardia a servizio del potere e non della comunità? Perché le inchieste si fanno solo a ruota della magistratura e non prima? Perché, è il caso recentissimo del terremoto di Amatrice, si cerca di comprendere una realtà di malaffare e connivenze tra potere e imprese solo dopo che il danno è stato fatto?

A questi perché la risposta è scontata. Scontata come il consenso ai manicomi prima dell’apertura di un dibattito pubblico accompagnato dai media. Se quei luoghi di tortura sono stati superati, seppur con difficoltà, anche il giornalismo potrà passare la crisi in cui è precipitato. E un pizzico di merito l’avrà avuto anche Pier Maria Furlan che ci ha ben ricordato qual è il senso profondo di un’informazione libera e indipendente.

Pier Maria Furlan, Sbatti il matto in prima pagina, I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia, Donzelli, Roma 2016, pp. XII-436, € 32,00

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