Sommersi di stracci

Shein, Temu, Zara, Ovs e H&M sono solo alcuni marchi che vendono, online e nelle nostre città, abiti a basso costo, prodotti a ritmo vertiginoso. Si tratta del fenomeno conosciuto come “fast fashion” che a molti pare conveniente ma che in realtà cela un modello industriale insostenibile che genera enormi danni ambientali e sociali, come ben sappiamo anche a casa nostra. Nonostante le promesse “green” e le etichette che parlano di capi riciclati o ecofriendly, nessun marchio di fast fashion può dirsi sostenibile. La logica dell’usa e getta è semplicemente incompatibile con qualsiasi forma di rispetto per il pianeta e per le persone. Greenpeace Italia ha lanciato una campagna per sensibilizzare i clienti della moda a basso prezzo individuando quattro punti critici.

Lo spreco di un ciclo senza fine Il fast fashion si regge su un meccanismo distruttivo: produrre troppo e troppo in fretta. Marchi come Zara, H&M, Ovs, Shein, Temu, insieme a tanti altri, immettono sul mercato centinaia di nuovi modelli ogni settimana, alimentando una cultura dell’usa e getta che genera tonnellate di rifiuti tessili. Milioni di capi passati di moda finiscono così nelle discariche o vengono bruciati, con conseguenze ambientali devastanti. Ad Accra, in Ghana, il più grande mercato dell’usato è ormai sommerso da abiti inutilizzabili provenienti da Europa e Nord America. Realizzati con materiali scadenti, questi capi non possono essere rivenduti, riusati né riciclati, vengono così bruciati all’aperto, sprigionando fumi tossici.

Nel deserto di Atacama, in Cile, continuano ad accumularsi montagne di abiti scartati, provenienti da Stati Uniti, Europa e Asia. Immagini satellitari mostrano un disastro ambientale in uno degli ecosistemi che dovrebbe essere tra più incontaminati del pianeta. I costi ambientali nascosti Il fast fashion consuma in maniera spropositata anche risorse naturali ed energia. Per produrre un solo paio di jeans servono fino a 7.000 litri d’acqua. Una maglietta? Richiede circa 2.700 litri, l’equivalente di quello che una persona beve in quasi tre anni. Le coltivazioni di cotone richiedono enormi quantità di acqua e pesticidi, mentre il poliestere contribuisce all’inquinamento da microplastiche di oceani e fiumi. Persino i cosiddetti tessuti “sostenibili” richiedono processi ad alta intensità energetica e trattamenti chimici che danneggiano gli ecosistemi.

Greenpeace ha rivelato come solo per la tintura dei tessuti si usano ogni anno 1,7 milioni di tonnellate di sostanze chimiche, molte delle quali finiscono nei corsi d’acqua dei Paesi produttori, spesso nel Sud del mondo, inquinando ecosistemi e fonti di acqua potabile. L’impronta ambientale di questa filiera è preoccupante anche per il fenomeno dei cambi. Gli abiti resi gratuitamente dopo l’acquisto sui più famosi e-commerce (Amazon, Temu, Zalando, Zara, H&M, OVS, Shein, ASOS), un malcostune tipico della nostra società dei consumi, percorrono infatti decine di migliaia di chilometri, spesso solo per essere gettati o bruciati. Il costo umano: lo sfruttamento dei lavoratori Il fast fashion fallisce anche sul fronte dei diritti dei lavoratori. I marchi più famosi, ma non solo, si affidano spesso a manodopera a basso costo in Paesi con scarse tutele ambientali e lavorative. Le fabbriche in Bangladesh, Vietnam, Cina e molti altri Paesi sono note per le condizioni di lavoro poco sicure, i salari da fame e l’inquinamento che devasta la vita delle comunità locali. Come abbiamo raccontato più volte questo è però un fenomeno che riguarda purtroppo anche le fabbriche toscane.

La trappola del greenwashing Perché il fast fashion continua a prosperare? Perché incoraggia l’acquisto impulsivo, nascondendo il proprio impatto dietro una patina di sostenibilità. Molti marchi infatti promuovono collezioni “sostenibili”, senza cambiare nulla nel proprio modello produttivo. Il risultato è un’enorme operazione di greenwashing, di mera ripulitura di immagine: a niente servono piccoli accorgimenti di facciata, mentre la produzione resta smisurata. La verità è che nessun marchio può dirsi sostenibile se continua a produrre milioni di capi ogni anno. Infine, anziché assumersi le proprie responsabilità, spesso le aziende cercano di aggirare le regole. Shein, ad esempio, investe in attività di lobbying per ottenere politiche favorevoli. Ha arruolato l’ex Commissario europeo Günther Oettinger per influenzare le normative a suo favore, e anche l’ex ministro francese Castaner è impegnato a difendere il marchio nonostante i danni ambientali e sociali ampiamente documentati.