La parola carcere non esiste nella Costituzione italiana. Nell’Articolo 27 si legge che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Tra le misure alternative ci sono l’affidamento ai servizi sociali, i domiciliari, la semilibertà e l’espulsione. Le politiche giustizialiste del governo, ispirate al motto “buttiamo via la chiave” (mai garantiste, se non per politici e colletti bianchi) puntano invece solo e soltanto alla pena della galera, la meno indicata al reinserimento sociale. Per dare un minimo di sollievo a chi vi è costretto basterebbe quindi semplicemente rafforzare la misura delle pene alternative.
L’ottusità dei dominanti è però sempre all’erta, il governo annuncia piani roboanti e disumani. Il Piano di edilizia penitenziaria, utile solo alla lobby del cemento, prevede 9.696 nuovi posti entro il 2027.
Il ministro Nordio affronta l’“emergenza carceri” con dei container, definiti “blocchi di detenzione” che bontà sua il commissario straordinario all’edilizia chiama “strutture modulari, sicure e moderne”. Si tratta di cubi di cemento 6 metri per 5, roventi d’estate e freddi di inverno, che aggiungeranno 384 posti al costo di oltre 45 milioni di euro: una soluzione che aggraverà ulteriormente la sofferenza nelle carceri e di cui nessuno parla. Quanti psicologi, educatori, laboratori si potrebbero pagare con 45 milioni, per supportare i detenuti che non possono accedere alle misure alternative?
Facciamo due conti, e non lasciamoci instupidire dalla retorica securitaria così cara a chi governa il Paese. Ricordando anche che il trattamento inumano e degradante dei detenuti è già costato all’Italia diverse sentenze di condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
da Resistenze, rubrica di Fuori Binario del 1 Settembre 2025
