Il j’accuse di Gambelli alla classe dirigente fiorentina è parso ai più una vera e propria boccata d’ossigeno, soprattutto in una città dal dibattito pubblico asfittico sui temi della povertà, dell’accoglienza e dell’innovazione sociale. Ne abbiamo parlato con Alessandro Santoro, prete delle Piagge, dove da oltre 30 anni anima una comunità aperta ai bisogni di tutte e tutti 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. Non è un caso se il vescovo, appena insediato, volle concelebrare con Alessandro, e proprio alle Piagge, la sua prima messa di Natale. Fu un segnale di forte discontinuità in grado di restituire dignità ai popoli e alle culture che vivono tra mille difficoltà la periferia.

Ti hanno sorpreso le parole dell’arcivescovo?
Non sono sorpreso. Non è raro che un vescovo faccia un commento magari religioso, anche molto alto, molto bello, che però non tocca concretamente i nervi scoperti della città. Gambelli è riuscito invece a calare il discorso dentro la carne viva della città. Sono proprio gli “scartati” a rappresentare la cartina di tornasole del grado di civiltà di una società. Il Vangelo parla chiaro quando ci invita a costruire una realtà in cui si vive la convivialità delle differenze, dove l’ultimo diventa il primo, dove lo scartato diventa il riferimento intorno al quale la città e la comunità si dovrebbe muovere.
Nella società del profitto a tutti i costi sembra un’utopia.
Non è un principio astratto: lo scartato deve stare al centro della politica cittadina e nazionale, delle esperienze associative, delle comunità. È un’esigenza che il Vangelo pone in modo inequivocabile e che si ritrova, in chiave laica, nell’articolo 3 della Costituzione. Mi fa meraviglia che questo possa ancora fare meraviglia: è il punto che dovrebbe unire credenti e non credenti nel pensare e progettare insieme una società diversa, migliore, partendo proprio dagli scartati.
Gambelli invita tutti noi a lasciarsi interpellare e inquietare dalla verità.
Credo voglia ribaltare l’idea stessa di amministrare una città, che non va gestita come si gestisce un negozio. Nel Vangelo c’è il passo di Zaccheo, il pubblicano: “mentre Gesù attraversava la città”. È questa parola, “attraversare”, che dovrebbe inquietarci. Solo attraversando la città, solo abitando le storie degli scartati e i luoghi dello scarto, si può davvero cambiare l’atteggiamento con cui si fa politica: non amministrare per accontentare questo o quell’interesse, ma ripartire dalla capacità di abitare la città, di starci dentro, di leggerla nel profondo.
Lo ha fatto per San Giovanni.
Non a caso Giovanni Battista è colui che battezza, e battesimo in greco vuol dire immergersi, impregnarsi. Gesù stesso non rinuncia a vivere questo battesimo, entra nell’acqua come tutti gli altri. È come se invitasse ciascuno di noi a immergersi nella storia. E questo riguarda ogni cittadino, prima ancora del battezzato: siamo chiamati a liberare la città e le persone da tutto ciò che impedisce all’uomo di essere ciò che è.
Come valuti l’accoglienza fiorentina?
È un’accoglienza tutta da ricostruire. Ha l’odore del banale e dello scontato, e non porta con sé quei diritti che la renderebbero fulcro di una reale possibilità di cittadinanza. Se l’accoglienza non parte dalla restituzione dei diritti essenziali — il diritto di risiedere, il diritto alla casa — non è accoglienza. Non si può pensare che l’accoglienza funzioni solo se la persona dimostra di “meritarselo”, per poi restituirle i diritti. Viviamo però un tempo di assurde logiche meritocratiche, dove i diritti sono diventati un mercato in mano ai privati.
Le politiche del governo non aiutano…
Serve in primo luogo passione per la città, per il territorio in cui si vive per poi richiamarsi insieme ad un riferimento più alto e più grande. Serve avere il coraggio non soltanto di creare alleanze, ma di creare i presupposti perché Firenze possa diventare un modello anche di accoglienza, un’alternativa allo status quo un po’ arrogante, un po’ becerone, a cui gli ultimi governi – e questo governo in particolare – ci stanno abituando.
Nello scorso numero abbiamo raccontato delle 800 case popolari abbandonate in città e di chi continua a vivere in strada.
Qualcuno ha la forza di adottare politiche coraggiose per coprire i bisogni dei più fragili, dei più deboli? Non mi pare che l’attuale classe politica ne abbia. Sul diritto alla casa basterebbe adottare la norma che consente l’autorecupero dell’alloggio dove si andrà ad abitare, scontando poi i costi sostenuti sull’affitto. Perché non si fa? E qualcuno ha il coraggio di dichiarare lo stato di emergenza abitativa per trovare poi – come accade in protezione civile – soluzioni urgenti per coprire i bisogni?
La sindaca si è dichiarata d’accordo con il vescovo, possibile?
Un cortocircuito evidente. Forse le è scappato detto così, ma se davvero ha ascoltato le parole del vescovo, credo che ne dovrebbe trarre un insegnamento di discontinuità. Sarebbe stato onesto dire che quelle parole toccano un nervo scoperto della città e che da lì si deve costruire un percorso aperto a tutti, ma non a chi in questo vede un profitto economico o finanziario, come accade ad esempio per il social housing.