“Firenze non sa più accogliere”, l’atto di accusa del vescovo Gambelli alle istituzioni della città

Tarda mattinata del 24 giugno scorso, San Giovanni Battista, patrono di Firenze. Sul pulpito della Cattedrale di Santa Maria del Fiore prende la parola Gherardo Gambelli, arcivescovo della città da due anni: “Celebrare la festa del Santo Patrono è per noi oggi una bella occasione per lasciarci interpellare e forse anche inquietare dalle parole del Vangelo”.

Lasciarsi interpellare, forse anche inquietare… Sentimenti alquanto desueti nel discorso pubblico della città, fondato piuttosto sul dogma dell’infallibilità, sulle certezze del business e sulla competizione individualista. “Giovanni è colui che porta nel mondo la gioia della misericordia, ci aiuta a guardare Gesù, come il buon Samaritano, per fare poi come lui”. Il buon Samaritano lo conosciamo tutti, colui che accolse e curò un uomo percosso, ferito e derubato, abbandonato sulla pubblica via dai benpensanti.

Separati dagli altri

Cita ancora Giovanni, il capo della chiesa fiorentina, e val la pena di riportare il suo discorso dall’inizio alla fine. “Fin dall’inizio il Battista viene presentato come colui che mette in discussione lo status quo. Il seguito della sua storia ci mette di fronte l’esempio di una realtà sociale nella quale i ruoli istituzionali e sociali hanno perso il senso profondo della loro funzione. Una realtà in cui chi ha responsabilità sugli altri si è separato dagli altri, è altro rispetto al popolo. I sacerdoti e i leviti, che dovrebbero custodire la Parola e alimentare la fede, nel loro interrogare Giovanni sono preoccupati piuttosto di capire chi sia una persona che mette in discussione la loro funzione e con quale autorità egli compia gesti che minacciano il loro ruolo sociale di unici detentori del culto”.

Necessario un cambio di rotta

“Tutto questo diviene un monito per tutte quelle circostanze in cui i nostri sistemi politici e istituzionali, i nostri sistemi economici, le nostre relazioni sociali, si dissociano dalla loro natura e della loro verità”, continua l’arcivescovo. Don Gherardo a questo punto esce simbolicamente dalla Cattedrale e percorre le strade e le piazze fiorentine per rendere visibili “i tanti che pur lavorando non riescono a vivere una vita dignitosa qui a Firenze, gli studenti universitari che vedono menomato il loro diritto allo studio perché la nostra città non riesce ad accoglierli, le donne, gli uomini e le famiglie che non vedono tutelato il loro diritto alla casa, i troppi che negli ultimi anni hanno dovuto lasciare la città perché il costo della vita è oltre la loro portata, i carcerati di Sollicciano che vivono quotidianamente in condizioni inaccettabili. E conclude: “Perché sono gli ultimi, i poveri, i peccatori, gli scartati ad avere il cuore aperto all’ascolto, a cogliere come sia necessario cambiare la direzione del cammino, convertirsi per ritrovare l’unità profonda fra ciò che si è e ciò che si fa e si dice”.

Qui a Firenze

Dice proprio “Qui a Firenze”. Ci parla di lavoro povero, “qui a Firenze”. Di diritto alla casa non tutelato, “qui a Firenze”. Di diritto allo studio menomato, “qui a Firenze”. Del diritto a scontare una pena e non ad essere torturati, “qui a Firenze”. Di coloro che hanno abbandonato la città perché, “qui a Firenze”, il costo della vita è troppo alto, e non si può più vivere una vita dignitosa, “qui a Firenze”. A Firenze, la città in cui gli spacciatori di propaganda tirano di continuo in ballo La Pira, don Milani, come se ne fossero i degni eredi: “quando le realtà costruite dagli uomini perdono di vista il loro scopo, quando la politica diviene conservazione del potere, quando l’economia diviene semplice ambizione di accumulo di ricchezza, quando i rapporti fra gli esseri umani mirano a massimizzare interessi personali, quando questo avviene siamo di fronte a una società che perde sé stessa”. I tanti messi al di fuori del sistema, ai suoi margini, sono invece per l’arcivescovo di Firenze coloro che riconoscono in Giovanni il testimone di Gesù. “La vicinanza a loro può ridarci lo stupore necessario per essere cittadini all’altezza della dignità e della bellezza della nostra città”.

La difesa della sindaca

Nella Cattedrale, il 24 giugno, santo patrono della città di Firenze, c’era anche la sindaca Sara Funaro. La persona eletta dal popolo per governare la città. Passano da lei, dai suoi delegati, e per estensione a chi fa politica a tutti i livelli, le scelte che poi ricadono sulla vita di tutti noi. Al termine della funzione, considerata l’accusa manifesta alla classe dirigente della città, e tenuto conto del detto popolare “San Giovanni non vuole inganni”, parte della stampa le ha chiesto conto delle parole espresse da monsignor Gambelli. Questa la sua risposta: “Il nostro obiettivo deve essere quello di lavorare insieme, tutte le istituzioni, per porre al centro il lavoro, l’abitare e l’attenzione alle persone più fragili. Noi la nostra parte la stiamo facendo e continueremo così”. Qui a Firenze, quindi, “continueremo così”, si farà come si è fatto fino ad oggi, senza lasciarsi “interpellare”, e figuriamoci “inquietare”, da una realtà che colpisce i più poveri e chi vive ai margini. L’accoglienza e una politica al servizio del bene comune non è cosa, oggi, nella città del mito autoprodotto dell’accoglienza.